Lo sport in casa mia si è sempre respirato. Che fosse calcio, basket, pallavolo o tennis, ho sempre visto la passione per la palla in casa mia. Principalmente da mio padre, ma anche mia madre aveva le sue passioni. Certo lei era più sanguigna: una convinta interista che amava chi amava e sì, ne sapeva di tecnica ma la sua passione veniva dal cuore.
Papà invece per me è sempre stato l'esperto: anche in lui si vede la passione per lo sport, infatti in un universo alternativo lo vedo indossare una divisa da portiere oppure direttamente da coach. Sarebbe stato un grande coach. Di quelli che durante il break stanno in piedi tra i loro giocatori e sembrano posseduti da un virus letale e incitano i loro giocatori con passione.
Passione. Ecco... Fin da piccola il calcio non è mai stato una grande passione per me. Non so perché, mi piace guardarlo, ma non ho la costanza di seguirlo. Nata e cresciuta interista, sono passata al nemico a 11 anni, quando l'Inter perse l'ennesimo scudetto contro la Juve. Lo so, poco professionale, ma io mi definisco e sono una tifosa di calcio all'acqua di rose.
Preferisco la pallavolo, il basket e il tennis. Mi prendono di più. Ecco, il basket. Sono cresciuta andando a guardare l'Olimpia quando ancora non si chiamava Olimpia. Mi affascinava il basket: i giocatori che con quell'abilità mandavano la palla a canestro, che saltavano come se stessero volando. Quei movimenti veloci di palla tra giocatore e giocatore (che ogni tanto mi faceva persino perdere di vista la palla). Mi piaceva. Ma io sono bastian contrario. E se mio padre ha sempre tifato LA Lakers, io mi innamorai dei Boston Celtics. Ero piccola, forse mi innamorai dei quadrifogli sulla maglietta che era stata regalata come scherzo a mio padre, forse semplicemente volevo distinguermi. Ma l'amore per i Celtics non è mai morto anzi è cresciuto.
Ed ecco qui adesso, siamo ai play off. Reduce da una notte in bianco per vedere la diretta di gara 3, con grande disappunto, ne esco alquanto.. contrastata. I Celtics hanno giocato con i Cavaliers ieri. La squadra del mito Lebron James. The King. E mentre non posso fare altro che piegarmi all'inevitabile verità, ovvero che James sia più che un virtuoso giocatore, ma un vero e proprio mago in campo, io sono bastian contrario. E' nella mia natura. Lo so, è fastidioso, ma è nella mia natura. Per quanto io non possa rifiutarmi di applaudire i magici tiri di King James, il mio occhio ieri si è posato su un altro giocatore dei Cavaliers che ci ha dato filo da torcere, in sordina, in silenzio, ma con grandi risultati: Kevin Love. 2 metri e 08 di altezza, 114 chili, un talento modesto e interessante che ha piazzato sia in gara 2 che in gara 3 dei gran punti. Ma che, e credo sia questo che me lo fa piacere più di King James, gioca in squadra. Ho visto un giocatore dei Cavaliers, con i Cavaliers.
Perché alla fine il basket mi piace per questo: 11 giocatori che giocano assieme e che insieme piazzano la palla e difendono il canestro. Ieri i Boston hanno fatto squadra: hanno giocato tutti male. Ho visto un barlume di speranza in Baynes, ma non può fare tutto da solo. Così come James non può pensare di tirare i Cavaliers da solo. Ieri i Cavs hanno vinto perché James ha si piazzato palloni da mago, ma non ha fatto il re. Non si può fare il re, non da solo, non in questo sport. Per questo mi piace Love, mi piace perché fa squadra. Mentre tutti applaudono James e si dimenticano del resto della squadra, io voglio far presente che la squadra ha vinto e che James ha si piazzato 27 punti, ma da solo non sarebbe andato da nessuna parte.
E' come nella pallavolo: puoi avere degli ottimi martelli, ma se non c'è un buon regista, dei buoni centrali, se manca il muro, non vai da nessuna parte. Mi piace la squadra, mi piace il sistema di squadra quando vedi la palla volare di mano in mano e piazzarla bene, servirla per poi schiacciarla con forza sul campo avversario. King James non gioca da solo. Ieri notte la cronaca di Sky Sport era solo per lui: a malapena nominavano gli altri giocatori e mi sembra ridicolo.
Ripeto: è un giocatore fortissimo. Vederlo giocare fa venire i brividi: ma non è solo.
Cerchiamo di ricordarci questo. Basta corone. O se le vogliamo mettiamone 11.
E diamone una a Love, che ha giocato bene senza essere troppo presuntuoso.
E' uno sport di squadra, non una gara di popolarità.
E' sport.